Rovine di palazzo Chiesa sul lungarno Galilei (L. Corevi, Comune di Pisa)
Palazzo Chiesa, lungarno Galilei
Rovine di palazzo Chiesa sul lungarno Galilei (L. Corevi, Comune di Pisa)Qui, sull’ultima parte del muro in rovina (ferita della Seconda Guerra Mondiale, mai rimarginata) si legge, su un’epigrafe, il nome di Percy Bysshe Shelley. Il poeta, insieme alla moglie Mary Wollstonecraft Shelley, visse nel palazzo Chiesa (quello distrutto) dal novembre del 1821 fino alla primavera del 1822. Mary scrisse ‘La casa è proprio accanto a quella della Scoto, sul lato Nord del Lung’Arno…’ (La Scoto è Teresa, moglie di Vincenzo Scotto, figlio dell’armatore Domenico che acquistò il parco che prende il suo nome). I coniugi Shelley arrivarono a Pisa nel 1818 per la prima volta, senza tuttavia fermarsi a lungo, viaggiarono a Livorno e si stabilirono per un po’ a Bagni di Lucca. Tornarono a Pisa nel gennaio del 1820 alloggiando al palazzo dei Galletti (dove oggi ha sede il dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Pisa), da agosto a ottobre si trasferirono a Bagni di Pisa (San Giuliano Terme) per poi tornare a Pisa, alloggiando questa volta a palazzo Chiesa, nel novembre del 1821. Anche l’estate di quell’anno la passarono a San Giuliano. Nel luglio del 1822 P.B. Shelley morì in un naufragio nel mare davanti a Lerici.Del palazzo Chiesa oggi purtroppo restano solo le rovine, queste rappresentano una delle ferite, non ancora rimarginate, della seconda guerra mondiale, e la targa, su in alto, posta a memoria del soggiorno della coppia di scrittori. Mary nell’ottobre del 1820 scrisse in una lettera: ’A Shelley piaceva la mitezza del clima e la sua solitudine era ravvivata dal frequentare diversi cari amici. Stranamente, fu il caso a farci imbattere in questa città tranquilla e mezza spopolata; ma la sua pace piacque a Shelley. Il fiume, le montagne vicine e il mare non lontano, ne aumentavano le attrazioni e furono meta di molte piacevoli gite.’ I due si spostavano spesso a San Giuliano, Pugnano e Molina di Quosa lungo un canale, ormai non più percorribile perché troppo stretto e a tratti ricoperto, con una piccola barca che Percy aveva acquistato. Il viaggio doveva essere molto romantico, poiché Mary lo descrisse così: ‘Di giorno, moltitudini di libellule saettavano sulla superficie; di notte le lucciole uscivano dai cespugli sugli argini; sul mezzogiorno frinivano le cicale e nella quiete della sera tubava l’assiolo’.
Cit. I Il sole è tramontato; le rondini dormono; nell’aria grigia i pipistrelli aleggiano rapidi e i rospi molli e lenti strisciano dai loro angoli umidi, e il soffio della sera vaga qua e là sulle acque tremanti del fiume, ma dal suo sogno estivo non risveglia un fremito. II Non c’è rugiada stasera sull’erba rinsecchita, non c’è umidore nell’ombra degli alberi; il vento spira a tratti asciutto e lieve; e nel moto incostante della brezza polvere e paglie sono spinti in turbini per la città lungo le vie selciate. III Sopra la superficie del fiume che trascorre si specchiano le immagini increspate della città immobilmente inquieta, che sempre tremano, e non svaniscono mai; andate…, voi che siete mutati ed ugualmente la troverete proprio com’è ora. IV L’abisso in cui il sole è affondato s’è chiuso con le barriere oscure d’una cinerea nuvola simili a un monte ammucchiato su un monte – ma che crescono e spingono in alto affollandosi, e sopra uno spazio di liquido azzurro si stende da cui risplende intensa la stella della sera. Percy Shelley, La sera: Ponte al mare, Pisa, Rime, 1820